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Il Concetto di Centro

Il concetto di centro (hara) è antico, complesso e, in gran parte delle fonti materiali accessibili, straordinariamente astruso. La sua tesi principale, uniformemente coerente se vista da una piattaforma d’osservazione distaccata e sistematica, si incontra in tutte le principali dottrine pensiero religioso e filosofico asiatico, dove viene considerata, elaborata e impiegata da prospettive specializzate e molto diverse. Le sue dimensioni spaziano dal cosmico ed universale fino alla realtà particolare o individuale dell’uomo: quest’ultima lo accoglie come un equilibrio complesso e delicato di componenti o fattori fisici, funzionali, mentali, spirituali e morali. La teoria o idea di un Centro incomincia con l’osservazione della realtà caotica di un uomo, della sua confusione e delle sue sofferenze. Queste vengono attribuite alla sua ignoranza, che lo rende facile preda di fenomeni non essenziali, di “ombre” che, alla fine, lo indurranno a volgersi contro se stesso, contro il suo simile ed il suo mondo. Nel tentativo di contrastare gli effetti della pericolosa, asservitrice dipendenza dell’uomo dalla multipla, disorientante varietà dei fenomeni esistenziali, i saggi dell’Asia avevano cercato di percepire la sostanza o Centro essenziale dell’esistenza: il centro dove la molteplicità diventa unità, il caos diviene ordine, il particolare diventa universale, la morte o l’immobilità diventa vita o moto, la cecità dolorosa e stordita diviene chiarezza serena, e l’inintelligibile diviene intelligibile. Questo centro si poteva trovare dovunque e in ogni cosa: nel cosmo, nella natura, in tutte le forme di vita…nell’uomo e nelle sue creazioni. Poteva essere qualificato vero se abbracciava l’intera realtà dell’uomo e ne armonizzava tutti gli aspetti e gli elementi; falso se sottolineava soltanto alcuni di essi, escludendo simultaneamente gli altri. Secondo il pensiero asiatico, il vero centro dell’uomo trovava la sua prima espressione fisica nel basso addome. La parola giapponese hara , infatti, si traduce letteralmente “ventre”, e nella versione nipponica della teoria che riecheggia in tutta l’Asia, quest’area è il Centro della vita e della morte, il centro del consolidamento (immanente) e dello sviluppo (trascendente) dell’intera personalità di un uomo. Questo vale per tutti i livelli della sua esistenza, incominciando da quello filosofico, e poi progredendo verso l’alto, attraverso la dimensione funzionale, fino a quella mentale e spirituale. In Cina, questo centro veniva chiamato tan t’ien. In Giappone, e nell’Asia in generale, vi è un culto del centro ed un’arte (hara-gei) che ne costituisce il fulcro. Tutte le principali dottrine dell’illuminazione, in Oriente, si riferiscono a questo Centro, si cui s’impernia il conseguimento dei loro fini. Nella personalità individuale, per esempio, la dottrina del buddismo considera la centralizzazione sul basso ventre una tecnica di integrazione mentale che può aiutare l’uomo a scoprire se stesso attraverso l’introspezione e la meditazione. Ma il hara individuale è solo la prima espressione del Centro. La seconda espressione, senza la quale la prima è considerata falsa e priva di valore, è il Centro sociale della realtà dell’uomo: il centro dove egli si incontra con il suo simile. Questo Centro espanso è situato in un punto estremamente sfuggente d’armonia, che si trova solo se e quando due o più esseri umani si incontrano e collaborano per il bene reciproco. Questo aspetto sociale del Centro diviene la pietra angolare della dottrina confuciana. Infine il hara, tramite la centralizzazione ad un punto del bene reciproco che abbraccia l’uomo e il suo simile (sociale), raggiunge la dimensione cosmica della centralizzazione in un punto di massima integrazione, equilibrio ed armonia tra l’umanità e l’ordine naturale sulla terra e nell’universo. Questo punto era il teorema principale dell’antico taoismo, la base del suo culto della semplicità e della spontaneità naturale. Il vero Centro, come abbiamo detto in precedenza, era il prodotto di una riuscita fusione di questi vari centri, che erano solo apparentemente diversi (cioè differivano nella forma esteriore e nella manifestazione) ma che erano intrinsecamente identici come sostanza. E la prima caratteristica di una fusione riuscita era costituita dall’armonia, della pace, dalla soddisfazione nei confronti di se stessi, degli altri e della realtà nel suo complesso. Tutti gli altri Centri, meno importanti (per esempio prestigio, potere, violenza, gerarchia, simboli, ecc..) erano falsi e dolorosamente limitati: spesso apparentemente necessari, a lungo andare risultavano essere puntelli che l’uomo era costretto a inventare e ad usare incessantemente per sopravvivere e tirare avanti alla meno peggio. In Asia, per secoli, un uomo non adeguatamente centralizzato nel basso addome veniva considerato (e in Giappone è considerato tuttora) fisicamente squilibrato, funzionalmente mal coordinato, e mentalmente preso dalle tensione e dalla precarietà dell’esistenza. Appesantito da questi fardelli, egli era facile preda di tutti i fenomeni fuggevoli che passavano attraverso il campo della sua visuale e della sua percezione, e che egli poteva usare nel tentativo di raggiungere una sorta di stabilità (sia pure illusoria), o che poteva vedere solo come un incubo buio. Dal punto di vista sociale, un uomo che non aveva ancora scoperto il suo centro individuale di integrazione e di sviluppo equilibrato ad un punto di inclusione (non di esclusione) dei sui simili, era continuamente in guerra con le altre creature. Dopotutto, l’uno e le altre erano sostanzialmente della stessa essenza, anzi riflessi l’uno delle altre; erano espressioni della vita e non esseri o cose reciprocamente estranei; non oggetti da usare, danneggiare o distruggere. In questo contesto, l’uomo che non si era identificato con il Centro dell’ordine naturale, e non aveva imparato a rispettare ed a migliorare le sue leggi di composizione e di funzionalità, era automaticamente in guerra con esso. Particolare interessante: secondo la legge dell’esclusione reciproca, sarebbe diventato la vittima della disarmonia che egli stesso infliggeva su di un ordine il quale, non bisogna dimenticarlo, lo conteneva e lo sosteneva. Per quanto fosse facile che un uomo adottasse un falso Centro, in seguito alla tendenza naturale a lasciarsi vincere da una fantasmagoria di fenomeni, gli era altrettanto difficile scoprire il suo vero Centro e, se era così fortunato da trovarlo, era più difficile ancora svilupparlo e conservarlo. Di conseguenza, i saggi asiatici idearono innumerevoli metodi per raggiungere, sviluppare e conservare una posizione di equilibrio integrativo e armonioso tra gli aspetti opposti dell’umana realtà. Questa ricerca della centralizzazione è sempre stata una degli interessi principali di tutte le culture asiatiche: e qui ( sia nel contenuto che nel tipo o stile di disciplina) si trova la raccolta più diversificata di metodi possibili e immaginabili per il conseguimento di tale fine, metodi che vanno dalle discipline specializzate dello sviluppo intellettuale predominati nelle comunità monastiche cinesi e tibetane, fino alle discipline indiane dello sviluppo mistico o intuitivo , altrettanto introspettive (se non di più), ma decisamente più metafisiche o animistiche. In ciascuno di questi metodi lo scopo era lo stesso: la liberazione dal giogo dell’esistenza, mediante lo sviluppo di una posizione d’indipendenza centralizzata, dalla quale si poteva percepire, comprendere e migliorare la realtà con la massima chiarezza e precisione. Tra i diversi esercizi ideati e praticati per anni, quelli dell’immobilità e della meditazione o concentrazione hanno sempre predominato, ed ancora oggi vengono praticati in tutta l’Asia. In Giappone, sacerdoti e monaci, artisti e letterati, professionisti e uomini politici praticano periodicamente questi esercizi, a casa o in appositi ritiri, cercando di ridefinire e di reintegrare se stessi nel hara , allo scopo di poter vivere in modo più pieno i ruoli loro assegnati nella società.


Tratto da: I Segreti Dei Samurai

Di: O.RATTI/A.WESTBROOK

Edizioni: Mediterranee