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Il Centro e l’energia


Dall’oriente ci sono spesso giunti racconti esoterici su strane forme di potenza, di forza diffusa e vasta come quella tipica di masse d’acqua o folate di vento, capace di spazzar via gli ostacoli che le si oppongono. Questa energia viene identificata sotto nomi diversi, ma quello che appare con maggior frequenza nella letteratura marziale del Giappone, è il Ki, mentre la sorgente unificata da cui questa energia va fatta scaturire viene identificata col nome di Hara che, tradotto letteralmente, significa addome, o ventre. Quasi tute le arti marziali nipponiche, ai loro livelli più sviluppati, si rifanno a questi due concetti dell’energia intrinseca e del centro addominale, al Ki ed all’Hara, illustrandone i mezzi pratici, le discipline e gli esercizi necessari a svilupparli ed a renderli concretamente rilevanti nella realtà. In particolare, l’energia centralizzata, variamente qualificata come intrinseca o interna, è posseduta da chiunque, sebbene sia coscientemente sviluppata da pochi. L’Aikido, addirittura, basa quasi tutta la sua metodologia pratica e funzionale su di essa e sulla sua sorgente addominale, integrandola nel nome stesso della disciplina (Ai-Ki-Do), ma la prima difficoltà che lo studente di quest’arte incontra al principio dell’allenamento, specialmente in quello tradizionale, è proprio quella di identificarla e definirla, dato che in occidente mancano concetti e termini equivalenti. Per cominciare, in occidente l’energia per sé va definita in maniere relative e particolari, concependola come fisica, o magnetica, o dinamica, o muscolare, o mentale, o psicologica, o
spirituale, ecc…, a seconda del contesto entro il  quale viene osservata. Per l’Aikidoka tradizionale, invece, tutte queste diverse qualificazioni non dovrebbero esistere. Per lui, l’energia è una soltanto ed esprime tutte quelle diverse manifestazioni nel flusso singolare della forza vitale che l’Occidente riconduca alla esistenza stessa e, se proprio si insiste nel volerla ancorare ad un fenomeno ancor più accessibile, al suo respiro di base. L’energia è unica, integrata, come quella del neonato che non ha ancora appreso come suddividere in maniera
artificiale, e ad indebolire in mille categorie quella unità sostanziale del creato di cui egli fa parte e che, come tale, egli esprime e rappresenta. L’Aikidoka tradizionale si chiede quale possa mai essere l’utilità di uno sviluppo muscolare, fisico, concentrato, senza una finalità superiore che lo trascenda e lo giustifichi, motivandone sia l’esistenza che la funzione. D’altro canto, egli si chiede ancora, che utilità può mai avere uno sviluppo spirituale assoluto, sia esso mistico o filosofico in senso razionalista e dotto, senza basarlo su di uno sviluppo fisico che ne assicuri la base funzionale,
effettiva, nel mondo della realtà? Per lui, quindi i due estremi, il fisico o il materiale, separato da motivi interiori animatori, e quello spirituale o mentale, interiore avulso dal primo, rappresentano distorsioni aberranti di un principio  unico integrativo che è, simultaneamente, esterno ed interno, fisico e mentale, muscolare e psicologico, immanente e trascendente. In definitiva, la mente ed il corpo non rappresentano, per l’Aikidoka tradizionale, entità separate che possono raggiungere la loro pienezza d’essenza e funzione per vie divergenti, ma soltanto aspetti diversi di un fenomeno unico, indivisibile. La ricerca, lo sviluppo ed il mantenimento di questa fusione assoluta,
in una condizione armoniosa, di questi due aspetti della personalità umana, è lo scopo primario che l’Aikidoka tradizionale si prefigge di ottenere con la pratica costante e disciplinata di quest’arte. L’immagine del neonato appare con frequenza nella letteratura giapponese sulle arti marziali e, su sfondo più vasto, nella letteratura cinese che sembra averla preceduta nel concepire e formulare l’idea dell’energia centralizzata a scopi filosofici, l’Aikidoka tradizionale fa notare quanto sia difficile far aprire il pugno di un neonato se quest’ultimo, per quanto rilassato e contento, preferisca tenerlo chiuso. Distraendolo con manovre diversive ed indebolendogli quella concentrazione ostinata, dirigendo la sua attenzione altrove, quel pugno si apre da solo. L’integrazione tra personalità fisica, esterna, muscolare, e quella interiore dell’interesse o volizione, se ci è permesso usare questi termini ormai sovraccarichi di significati moderni involuti e complessi, appare altissima e basata essenzialmente sull’istinto innato, visto che non possiamo ancora parlare di una reazione intellettiva e pianificata nel suo caso. Vedremo in seguito che l’Aikido opera appunto in maniera da sviluppare i riflessi istintivi dello studente, basando sulla loro immediatezza e spontaneità l’intero repertorio delle sue tecniche di neutralizzazione e coordinamento. Con l’età, secondo l’Aikido tradizionale, noi perdiamo questa fusione naturale, primitiva, tra gli aspetti esteriori e quelli interiori della personalità, tra esecuzione e volizione, tra percezione e reazione, tra atto e pensiero. L’Aikido si propone lo scopo ambizioso di ristabilire quell’antico nesso sostanziale e naturale, spontaneo e vero, per riconfermare l’assioma marziale secondo il quale l’energia generata dalla personalità integrata nel suo centro addominale, è superiore a quella ottenuta mediante l’uso separato ed individuale dei suoi elementi costitutivi. Il primo esempio pratico che veniva offerto nei centri d’istruzione dell’Aikido, è quello alquanto basico ed elementare, del “braccio inflessibile”. Allo studente veniva chiesto di stendere il braccio in avanti e di mantenerlo leggermente arcuato in quella direzione, con le dita aperte e rilassate, in posizione normale. Gli veniva quindi chiesto di rilassare i muscoli dalle spalle e dall’addome e, mediante uno sforzo dell’immaginazione, di convincersi che un flusso invisibile di energia, partendo dall’addome, si incanalava in quel braccio per estendersi poi all’infinito, oltre le dita, oltre il tappeto, oltre le mura che racchiudevano la sala d’allenamento. Mentre lo studente si concentrava mentalmente in questa forma di proiezione interiore, centralizzata all’addome, l’istruttore cercava di piegargli quel braccio esteso, agendo sul gomito. Se lo studente si era completamente rilassato ed aveva, sia pure per gioco, accettato di immergersi in questa strana forma di estensione d’energia centralizzata addominale, per quanto il braccio non offrisse quella tipica resistenza vibrata dei muscoli sotto tensione, non era possibile piegarglielo agendo dall’esterno. Quel braccio appariva elastico, esteso, rilassato, ma inflessibile. Questo
esperimento assomigliava ad alcuni casi di auto-ipnosi, con la differenza che lo studente continuava a rimanere pienamente cosciente e, spesso, meravigliato di fronte a quel risultato inaspettato. Alcuni maestri dell’Aikido incontrati dagli autori dimostravano questa energia, questo ki, con entrambe le braccia estese letteralmente e sottoposte all’azione simultanea di studenti muscolosi che, tuttavia non riuscivano a piegarle benché quei maestri rimanessero rilassati, coscienti e divertiti. L’Aikido è diretto ad agire nella vita reale, dinamica. Di conseguenza, l’idea dell’estensione coordinata interiore deve animare tutti i movimenti e le azioni dello studente sul tappeto. Se, infatti, non gli riesce di rendere questa estensione permanente ed automatica, l’esecuzione delle tecniche di neutralizzazione viene ad essere indebolita. Per di più, quella estensione d’energia interiore va mantenuta anche oltre i limiti del tappeto, nella vita sociale, garantendone l’integrità e l’equilibrio.

Tratto da:                                                                                                  
Aikido e la sfera dinamica 
Di: O.Ratti/A.Westbrook                                                                     
Edizioni: Mediterranee