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Intervista al M° Christian Tissier

Abbiamo approfittato della disponibilità del M° Tissier per porgli alcune domande. Più che una consueta intervista, si tratterà solo di alcune domande su temi molto generali, ma di particolare importanza per comprendere l’orientamento della nostra disciplina, sia a livello mondiale e sia di riflesso nel nostro paese. Dopo due decenni di assidua collaborazione, con il M° Tissier c’è un rapporto disteso e amichevole, che ci permette un dialogo molto franco.

D: Quale è secondo lei lo scenario politico attuale dell’aikido mondiale. Possiamo ancora vedere una centralità didattica e una guida “morale” e “tecnica” nell’Hombu dojo, oppure la sensazione che molti Shihan giapponesi stiano affrancandosi dalla casa madre, nel tentativo di costruirsi un proprio, “mercato” occidentale, risponde ad una realtà ed è un naturale corso dei tempi?

R: Ho la sensazione che non ci sono politiche globali dell’Aikido in termini rigorosi. Né l'Aikikai, né la FIA, forniscono alcun orientamento circa l'organizzazione attuale o sul futuro. Nessuna previsione, nessun orientamento definito. Detto questo, data la specificità e le modalità di diffusione dell’Aikido, non vedo come potrebbero essere date severe linee guida con la garanzia di essere seguite. L’attenzione dell’Hombu dojo è quello di mantenere il suo “monopolio” sulla famiglia Ueshiba. Monopolio assicurato attraverso il rilascio di gradi che, se non sono necessariamente garanzia assoluta di qualità tecniche, rigorose, permettono di rimanere nell’alveo di una “etichetta” desiderata. Gli Shihan nel mondo, godono di una certa libertà, in cambio del mantenimento di questa “etichetta” e di una sincera fedeltà nei confronti dell’ Aikikai. Così, naturalmente, questa mancanza di linee guida e di vincoli, purché sia rispettata questa “etichetta”, consente a ciascuno di proseguire la sua ricerca tecnico-didattica, con risultati più o meno buoni. Le qualità tecniche, il carisma, la didattica, la capacità di evoluzione o il rigido integralismo ecc .., sono tutti fattori che caratterizzano gli Shihan. Quindi, in effetti, a differenza del passato, le scelte sono condizionate dal paese e da un mercato aperto. Questo è quello che ha fatto l’Hombu e la sua forza sta proprio nel suo pragmatismo attento, lasciando una notevole libertà ai suoi rappresentanti.

D: Lei Maestro, girando tutto il mondo ha l’occasione di constatare di persona, toccare con mano il livello tecnico delle associazioni di molte nazioni europee e extraeuropee. Pur essendo ben consapevoli che non si può generalizzare, vorremmo che ci esprimesse una opinione personale, o una sua percezione, sull’evoluzione positiva, o negativa.


R: I livelli tecnici in effetti sono vari. Sembra che in paesi dove l’Aikido è più recente, pur non avendo ancora gradi molto elevati, il livello generale sia molto buono. C’è il caso, ad esempio, di alcuni paesi dell’Est. Ovunque c'è una tendenza ad approfondire la comprensione pratica attraverso il rigore tecnico, naturalmente, in relazione con i principi che la tecnica veicola, in modo pratico, senza misticismo. Molti aikidoka dopo 20 o 30 anni di pratica hanno la sensazione di stagnare. Hanno bisogno di ritrovare l'entusiasmo che solo la prospettiva di riappropriarsi e di utilizzare una pratica più orientata verso la comunicazione e la sensazione potrà ridare loro.

D: Si può parlare di una maturazione della pratica dell’Aikido rispetto alle origini? Se si, secondo Lei, in quale direzione?

R: Sì, l'Aikido come molte discipline o arti marziali ha l’esigenza di rinnovamento, di nuova vita. La maturità a volte è la realizzazione di un sogno (accessibile). Ma prima bisogna sognare. Per tornare alla domanda, ritengo che queste affermazioni non siano in contrasto con la pratica originale: O Sensei, Shihan Yamaguchi, ecc .., ci hanno sempre fatto sognare. Questo perché molti Shihan hanno potuto e preferito guardare molto avanti, piuttosto che riprodurre una ripetizione lenitiva; hanno voluto mettersi in discussione ogni giorno. Altri ottimi tecnici, non hanno proprio alcuna possibilità di evolvere: non sono artisti, ma artigiani.

D: In Italia Lei gode di un consenso straordinario rispetto alle potenzialità del nostro paese, consenso che va oltre i confini associativi, nuovi gruppi di diverse organizzazioni in numero sempre crescente vengono a seguire i suoi stage. Pensa che questo sia un poco merito, oltre che naturalmente della sua statura tecnica, anche di una apertura mentale che i suoi allievi italiani hanno saputo mettere in pratica attraverso un’organizzazione aperta e totalmente innovativa rispetto al panorama precedente dell’Aikido Italiano?

R: Ho grande piacere ad insegnare in Italia. I praticanti sono calorosi e non nascondono le loro emozioni; mi sento come in famiglia. Del resto la nostra collaborazione risale ormai a più di 20 anni. Negli ultimi anni, nuovi volti provenienti da ambienti diversi partecipano agli stage, penso che sia un bene e sia grazie all’alto livello generale acquisito dai praticanti della UISP, sono partners ricercati, e forse anche perché, penso, che la nostra pratica sia abbastanza chiara, sincera e poggi su basi leggibili per tutti.

D: Gli stage registrano sempre un grande afflusso, con una manifestazione di stima nei suoi confronti e un crescente interesse per la sua didattica. Che effetto le fa incarnare un ruolo di guida così importante?

R: Sì, tutti gli stage di Torino e Genova sono molto partecipati, Palermo è una nuova tappa molto densa da tutti i punti di vista, come quella di Roma che ha visto un afflusso record e una partecipazione anche dall’estero. Sempre più persone partecipano agli stages, con un livello generale alto. E’ molto commovente e allo stesso tempo non possiamo che porci la domanda: per quanto tempo, dove e come sapremo mantenere la voglia e le qualità fisiche nei mesi e negli anni a venire? Ci penso spesso.

Grazie Maestro!
 
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