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Shinigurui

 
 

Shinigurui

 

 

 

Il “pazzo morire”

“Vita e morte non so cosa siano”

(Uesugi Kenshin)

Il samurai deve apprendere soltanto una cosa un’ultima cosa affrontare la more con fermezza

(Tsukabara Bokuden)

 

Il bushi fu educato ad accettare la morte come naturale compagna della sua vita: essa è silenziosamente presente ad ogni svolta della sua vita. È la sua sfida continua. Ed è il motivo della sua grandezza e della sua libertà.

L’idea essenziale per il bushi è quella della morte. Questa idea dev’essere presente dinanzi alla sua mente giorno e notte, notte e giorno, dall’alba del primo giorno dell’anno fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno. Il samurai deve considerare ogni giorno della sua vita come l’ultimo” (Daidoji Yuzan 1639-1730).

La salutare meditazione sulla morte, l’accettazione serena e virile della sua ineluttabilità da cui deriva la disposizione del cuore ad accoglierla in ogni momento senza vacillare, ben lungi dal togliere alla vita il suo brio, le restituiscono intatto il suo autentico sapore. Un cuore liberato dal timore della morte sa accogliere in sé l’entusiasmo e la bellezza di vivere. Solo che accetti coraggiosamente il dolore sa afferrare pienamente la gioia. Essa, per rifulgere, ha infatti bisogno del suo contrario.

“Quelli che si afferrano alla vita muoiono. Solo quelli che sfidano la morte vivono. L’essenziale è la mente (Shin). Guardate nella vostra mente. Stabilitevi in essa fermamente. Potrete allora comprendere che in voi c’è qualcosa che è al di là della mente e della vita. Nel mio risveglio io stesso ho sperimentato ciò di cui vi sto parlando. Quelli che non sono disposti ad offrire la loro vita e a correre incontro alla morte, non sono dei veri bushi” (Uesugi Kenshin).

L’insegnamento dello Zen, per quanto riguarda l’analogia della “morte” come porta d’entrata della rinascita, è espresso dallo Zenrin:

“Per salvare la vita, bisogna distruggerla. Quando è completamente distrutta si vive per la prima volta in pace”

Non v’è modo di superare la paura della morte senza un punto di riferimento che, necessariamente, deve essere situato non al di qua ma al di là da essa: fuori, cioè, della corrente delle emozioni del divenire. In caso contrario, di continuo il punto di riferimento vacillerebbe essendo fondato sull’instabilità. In altre parole: senza una fede profonda in ciò che non muta, non può esistere un coraggio stabile e cosciente che non sia semplice volontà d’auto-annientamento. Tale fede ha però bisogno di uscire, dall’irrazionalità pura e dal gioco dei sentimenti, deve fondarsi su un’esperienza diretta del sovrasensibile. In altre parole: deve essere il prodotto finale di precise vie di approccio alla coscienza dello spirito. Questa coinvolge tutti i piani dell’essere, una volta che lo spiraglio della sua luce abbia trapassato quei limitati livelli di coscienza divenuti “normali” per l’uomo moderno. L’esortazione a “morire” non riguarda solo la morte fisica ma innanzitutto l’arte di morire a sé stessi: al proprio orgoglio, ai propri dubbi e timori, ai propri interessi. E quest’arte di “morire” coincide con la perfetta adesione alla Via. È  questo il vero ed ultimo scopo di ogni disciplina della Via del guerriero.  Se la morte è l’offesa totale che il bushi fa di sé stesso,solamente avendo acquisito il senso del non-io come stato abituale della coscienza può essere possibile compiere serenamente la propria Via senza terrore né odio. Nel “Sutra di Diamante” Buddha narra a Subhuti come in una delle sue precedenti incarnazioni il suo corpo fu orrendamente mutilato da un malvagio re ed espone la dottrina della sopportazione (in sanscrito titiksha):

Subhuti, la paramita della pazienza è detta dal Buddha essere non la paramita della pazienza e per questo è la paramita della pazienza. Perché ? Subhuti, quando anticamente il mio corpo fu fatto a pezzi dal re di Kalinga, io non avevo né idea di un ego né idea di una persona, né idea di un essere, né idea di un’anima è[anatman, corrisponde al muga giapponese]. Percè ? Mentre il mio corpo smembrato pezzo per pezzo, giuntura per giuntura, se io avessi avuto l’idea di un ego o di una persona, o di un essere, o d’un’anima, il sentimento di dolore e di malevolenza si sarebbe destato in me”.

Solo una natura profondamente illuminata può riconoscere l’identità di vita e morte, di uccisore ed ucciso, come nel jisei di un bushi morente:

Entrambi, l’uccisore e l’ucciso Sono come goccia di rugiada  O scoccare di lampo.

Così devono esser considerati

(in Suzuki 1969:119)

Il colpo mortale che priva della vita non può, comunque, oscurare la luce della mente che ha compreso la realtà ultima delle cose:

“non ho vita né morte: l’Assoluto è la mia vita e la mia morte”

Nelle due poesie di commiato della vita di Uesugi Kenshin traspare la sostanza stessa dell’illuminazione: la luce del vuoto:

Anche una vita generosa non è che una coppa di sake.

Una vita di quarantanove anni passata in un sogno.

Vita e morte non so cosa siano. Passano gli anni.

Tutto è un sogno i cieli e gli inferni sono lasciati indietro.

Sto nell’aurora nella luce della luna libero dalle nubi dell’esistenza condizionata.

L’insegnamento ultimo di Yamamoto Tsunemoto, detto Jòchò - autore dellHagakure – è riassumibile in questa sua espressione:

”ho scoperto che la vita del samurai è morire”

<<Qualcuno ricordò: “ Nel santuario sta scritta questa poesia: se uno segue la via della verità, anche se non prega, gli Dei lo proteggono. In che cosa consiste la verità ?”. Uno allora gli rispose: “siccome tu ami la poesia, anch’io rispondo con una poesia: in un mondo irreale, la morte è l’unica verità. Vivere la vita quotidiana, come se si fosse già morti è seguire la Via della Verità”.>>(Hagakure, Tsunemoto 1993:155-156)

Si narra nello Hagakure di un famoso maestro di Kendò, Taji-ma-no-Kami, che riconobbe ad un monaco totalmente digiuno delle tecniche dell’arte della spada la qualifica di maestro. Aveva visto in lui la totale assenza di timore nei confronti della morte:

“il segreto ultimo del Kendò  si fonda sulla completa libertà dal timore della morte, voi non avete bisogno alcuno d’essere istruito sulle tecniche di combattimento poiché siete già maestro”

Il timore della morte impedisce di realizzare il dovere di fedeltà che è la virtù che contraddistingue il guerriero, dedicare la propria vita all’adempimento del proprio dovere:

“Un dilemma di vita o di morte va risolto, semplicemente, scegliendo una sùbita morte. Non v’è nulla di complicato in ciò. Fatti animo e procedi. C’è chi dice che morire senza aver compiuto la propria missione è morire invano, ma questa non è altro che l’etica pseudo-samurai dei mercanti di Osaka, arroganti. Effettuare la scelta giusta allorchè i pro e i contro si equivalgono esattamente, è pressoché impossibile. Noi tutti si preferirebbe vivere. Ed è quindi naturale che, di fronte a tal dilemma, tutti cerchino una qualche scusa per continuare a vivere. Ma colui che sceglie di seguitare a vivere, adducendo di aver ancora una missione da compiere, verrà disprezzato come codardo e confusionario. Questa è la parte precaria. Se uno muore dopo aver fallito, la sua è una morte da fanatico. Non però disonorevole. Tale morte è, in effetti, la Via del samurai e potrà, senza non mai errare, dedicar la sua vita al servizio del proprio sovrano” (Hagakure in Mischima 1983:138).

“il samurai non pensa alla vittoria o alla sconfitta ma, semplicemente, combatte come un forsennato fino alla morte. È solo allora che egli si realizza”.

(Hagakure in Mischima 1983:153)

“un samurai che non sia pronto a morire in qualsiasi momento morrà, inevitabilmente, di morte ignominiosa. Invece  il samurai che vive la sua vita in costante preparazione alla morte, come potrebbe mai comportarsi in modo indegno ? Si rifletta bene su questo punto e ci si comporti in conformità. Quando i giovani samurai si riuniscono parlando di denaro, di profitti e di perdite, di come  gestire efficacemente una casa, come giudicare il valore di stoffe, eppoi discorrono, di avventure galanti. Se d’altro argomento si facesse discorso, l’atmosfera si guasterebbe e i presenti si sentirebbero vagamente a disagio. A qual punto increscioso son giunte le cose ! Si usava una volta che fino all’età di venti o trent’anni un giovane non avesse alcun pensiero né meschino né mondano, quindi, ovviamente, non parlava giammai di cose volgari. E se, in sua presenza, accidentalmente, degli uomini più  avanzati si lasciassero sfuggire dalle labbra osservazioni di tal natura vile, i giovani se ne sentivano offesi ed afflitti come se fossero stati fisicamente feriti.”

(Hagakure in Mishima 1983.153-154).

Nel Budò Shoshin Shu, Daidoji Yuzan sottolinea il corretto atteggiamento di fronte alla morte come contrassegno della nobiltà del bushi:

“la prima attenzione d’un samurai, quale che sia il suo rango, deve essere riportata alla sua attitudine davanti alla morte. Benché tutte le sue parole siano perfettamente ragionevoli ed egli sia stimato come un uomo sagace e pieno di spirito in tempo ordinario, se un samurai perde il proprio sangue freddo e la ragione nell’ultima ora, vale a dire se il suo comportamento in quest’ultima ora sia inconcepibile, le buone azioni che ha fatto nel passato non serviranno a nulla. Sarebbe allora considerato con disprezzo dagli uomini più saggi ed il risultato andrebbe a sua vergogna. Un samurai se ha potuto acquisire un grande onore, per la sua condotta eroica sul campo di battaglia, è perché ha preso la viva risoluzione  di morire in guerra. È così che se, per sfortuna, perde il combattimento ed è obbligato a consegnare la sua testa, esporrà arditamente il suo nome alla chiamata del nemico e morirà sorridendo, senza alcun comportamento vile. Quando sarà gravemente ferito, così gravemente che nessuna operazione chirurgica possa guarirlo, se conserva la coscienza parlerà correttamente davanti ai suoi superiori ed ai suoi pari e morirà con sangue freddo, rendendosi ben conto dello stato della sua ferita. Ecco la primaria virtù d’un samurai. Se ci si rende ben conto di questo fatto, anche in tempo di pace, un samurai benché sia giovane, senza parlare di coloro che sono anziani, se si ammala deve prendere la risoluzione di non lasciare nessuna inquietudine dopo la sua morte. Se occupa una posizione importante, o inferiore, inviterà il suo superiore, finchè è ancora capace di parlare, per esprimergli la sua riconoscenza per la benevolenza che quest’ultimo gli ha accordato.  Esprimerà il dispiacere che, benché si fosse auspicato di rendergli ancora servizio, ne sarà senza dubbio incapace poiché è gravemente ammalato e non può più sperare nella guarigione. Fatto tutto ciò si commiaterà dai famigliari e dagli amici. Infine chiamerà suo figlio. Gli spiegherà che morire a causa di malattia, benchè accada in circostanze in cui tutti gli accordano la loro benevolenza, non si addice al desiderio di un vero samurai, ma che la sua morte è inevitabile. Gli dirà: tu, benché giovane, persevererai nella mia ferma dedizione verso il signore e soprattutto sarai risoluto ad essergli utile in caso di avvenimenti. Sii sempre leale, fa del tuo meglio per servirlo. Se non rispetti la mia volontà sarai diseredato anche quando sarò nella tomba. Dire severamente queste parole prima della morte si accorda con la virtù di un vero samurai” ( Yuzan 1955:67-70).

Suzuki Shosan (1579-1655) sottolineava il valore etico del ricordo della morte e le sue parole sembrano una diagnosi ed, insieme, un monito per i nostri tempi:

“quando la gente dimentica che dovrà morire e agisce come se fosse immortale, non apprezza né utilizza a pieno gli anni che passano. Finchè la gente è così, agisce solo per ingordigia, collera e falsità, discostandosi dai doveri sociali e familiari, non comprendono l’umana gentilezza, impiegando adulazione e lusinghe, trascurando la famiglia e il lavoro.” (In Cleary 1993:68).

 

Il Profumo Del Fiore di Ciliegio

 

Il fiore della Cavalleria occidentale fu l’umile rosa selvatica a cinque petali che ravviva i boschi di maggio. Il suo profumo è tenue, appena avvertibile tra i vari odori del bosco,  segno di umiltà e riservatezza. Il profumo della rosa coltivata, è intenso, inebriante. Le spine che difendono la rosa ricordano al cavaliere le difficoltà delle Cerca e della Via. Il mese in cui fiorisce è sacro al risveglio della natura ed è dedicato alla dama celeste, Mystica Rosa. Come la rosa fu il fiore emblematico della cavalleria, così il fiore di ciliegio (Sakura/Zakura) fu il simbolo non solo del Bushidò ma dell’intero Giappone. Il poeta Norinaga Motoori (1930-1801) ha espresso in questi versi l’essenza dello spirito del Giappone, il suo cuore (Yamato-no-kokoro)

Se qualcuno chiede

qual è lo spirito dello

yamato è un fiore di ciliegio

che profuma il sole del mattino

 

 

Un antico adagio ricorda l’analogia tra il fiore di sakura e il bushi

Tra i fiori il ciliegio

Tra gli uomini il bushi

ad esprimere l’eccellenza e la nobiltà d’entrambi. Ma il detto sottintende anche molte altre analogie, evidenti al cuore del giapponese, meno evidente all’occidentale. Per questo sarà bene soffermarci un poco sulle caratteristiche di questo fiore e, soprattutto, sul messaggio che comunicava e comunica ai suoi figli del Sol Levante.

Per chi è spiritualmente desto, l’universo è un simbolo e ogni cosa parla il linguaggio dei simboli. Il “significato” del cosmo è l’Assoluto in quanto l’Assoluto si è fatto segno e significato (signum factum) nelle cose visibili.

Il ciliegio, in Giappone, è il sibolo radioso della primavera che annuncia il ritorno alla vita, il messaggero della vittoria del Sole. Gli alberi esultano nella loro nuova fioritura. La potenza della terra si rivela come grazia, bellezza, purezza e fragranza nello splendore del ciliegio. Ma il fiore di ciliegio, nella sua bellezza, è quanto di più fragile ed effimero possa immaginarsi, tanto da essere assunto a simbolo dell’impermanenza (mujò).

Il monaco Ippen, quando qualcuno gli chiedeva di svelare la verità sulla vita e sulla morte soleva dire: “Hana mi toe: chiedetelo ai fiori di ciliegio”.

Allo stesso modo, la potenza del bushi, prorompente dalle fonti profonde dello spirito e da esse alimentata, non si rivela come peso brutale e travolgente ma con le caratteristiche del fiore di sakura: la purezza e lo splendore, la leggerezza e l’impermanenza. La fragranza del fiore, delicata ed evocatrice, divenne allegoria dell’onore del bushi che profuma la primavera della sua vita e la sua terra oltre il breve cerchio dell’esistenza. Oltre la morte. Nel cuore di quanti ricorderanno le sue gesta e da esse trarranno linfa per nuove fioriture.

La parola del bushi veniva educata in modo da non essere arrogante. Essa rivelava un’aristocratica sensibilità del cuore. La qualità di quel “cor gentile” che, in Occidente come in Oriente, fu prerogativa e contrassegno del vero cavaliere. Benevolenza, cortesia, gentilezza, delicata sensibilità non solo non tolgono nulla alla potenza del braccio, al contrario: sono inseparabili dal giusto compimento della Via.

La delicatezza del fiore di ciliegio, la sua effimera e radiosa fioritura, esprime la virtù del non-attaccamento. Dopo aver annunciato primavera, il fiore di sakura si lascia trasportare dal vento. Il bushi paragonò la sua vita a quella effimera e bella dei fiori di ciliegio. Disciplina e meditazione, alleggerendo il peso della sua humanitas, della componente terrestre del suo essere, lo hanno reso lieve e pronto al distacco. Gli insegnarono a considerare la morte alla stregua del vento di primavera in cui non v’è nulla di oscuro: viene dall’azzurro mistero del cielo a proclamare la vita, petali danzanti nel vuoto ne annunciano la presenza. Il vento distacca i fiori dai rami per cospargerne i prati e i cammini degli uomini, le acque dei torrenti, le tombe dimenticate, l’erba novella, i capelli delle fanciulle ridenti, le aule silenziose dei templi e le vesti severe dei monaci. E come vento di primavera, il bushi apprese a considerare la sua vita e la sua morte: un viaggio da mistero a mistero, da Vita a Vita passando per la vita terrena. La sua educazione ebbe lo scopo di renderlo cosciente di questo andare, del suo breve passaggio per la terra e della missione di testimoniarvi il sole. Lo rese cosciente del suo essere uomo-fiore in una terra in cui moltissimi alberi s’abbrancano alla terra con radici tenaci. Ma il vento d’inverno anch’essi abbatte e sarà tanto più doloroso lo schianto quanto più forte sarà stato l’attaccamento alla terra.

 

Per questo il bushi, nell’impermanenza della vita, come lo scrittore suicida, sceglie il sentiero dell’eternità.

Un kamikaze dell’ultima guerra, prima di morire, scrisse.

Come fiori di sakura

A primavera

Puri e radiosi

Lasciateci cadere

 

Il bushi non è prodotto di un’epoca determinata, né di una moda. È il risultato di una lunga educazione impartita per molti secoli da molti maestri che lo trasformarono da predatore selvaggio a seguace di una Via e da essi apprese a difendere una terra, un signore, una visione del mondo. Confucio gli insegnò la benevolenza; lo Shintò l’amore per la natura e la contemplazione del suo mistero; Lao-Tzu e il Buddha, attraverso lo Zen, gli insegnarono la dottrina del Vuoto (Ku), dell’impermanenza (mujo), e del risveglio (satori).

Lo Shinigurui è la cosciente accettazione che la vita è simile al fiore di sakura. È una dottrina incomprensibile alle Anime pavide, o a attaccate al vivere ad ogni costo. Oggi siamo propensi a tacciar di fanatismo chiunque muoia per una fede diversa da quella ritenuta “giusta” dal nostro sistema culturale. Sicchè in Occidente Kami-Kaze è divenuto sinonimo di inutile sacrificio, di una vita gettata via senza scopo. Un esempio da non seguire; un atteggiamento da sottoporre al vaglio attento degli psichiatri o alle analisi degli ideologi dell’etica sociale. Tuttavia, giudicando dall’ottica del profitto e della perdita, anche il martire cristiano delle origini è un “fanatico”. E lo è chiunque reputi il dono della propria esistenza alla propria fede un atto più degno e più “umano” che conservarla ad ogni costo. Se il “pazzo morire” ricorda dei fiori l’effimero splendore, la concezione del vivere presso le moderne culture dell’Occidente troppo spesso assomiglia alla lenta putrefazione delle foglie nelle paludi. Ogni primavera ha la sua fioritura. Ogni albero ha molte fioriture, proprio come la tradizione di un popolo. Ma oggi la scure è stata posta alle radici della rosa e del ciliegio. E, proprio per questo, forse, mai come oggi è valido il messaggio di questo haiku:

pioggia di primavera

proprio ora ogni cosa

diventa splendida

(Chiyo Ni 1701 – 1775, in Blyth 1950: II, 103)

V’è un episodio storico tratto dalla vita di Takeda Shingen che racchiude in sé ed esprime il senso di una fedeltà che non vacilla  e non muta per mutar di sorte. Un giorno, Shingen, in procinto di partire per la guerra, fu invitato dall’abate Kaisen, che era stato suo maestro di Zen, nel monastero di Yerin-ji. Era primavera ed i ciliegi stavano per fiorire. Shingen accettò l’invito e gioì dell’hana-mi, la contemplazione dei fiori. Nell’aprile del 1528, lo stesso abate dette ospitalità nel suo monastero ad un gruppo di samurai di Shingen, superstiti dopo la sconfitta della loro armata. Oda Nobunaga, nemico di Shingen, venuto a sapere dove si rifugiavano i superstiti, circondò il monastero con le sue truppe e minacciò di darlo alle fiamme se non gli venissero consegnati i samurai. Monaci ed abate rifiutarono. Mentre le fiamme crepitavano i monaci, riuniti in meditazione nella sala centrale, ascoltarono l’ultimo sermone di Kaisen:

“ siamo circondati dalle fiamme. Come potreste voi,  monaci, in questo frangente, girare la ruota del Dharma? Esprimete la vostra opinione “

Dopo che ogni monaco ebbe risposto, l’abate concluse:

“ per sedere in meditazione quietamente non c’è bisogno d’andare sui monti, o lungo il corso dei fiumi. Quando la mente è immobile, anche il fuoco è fresco e dà sollievo. “

 

 

 

 

Tratto da: L’etica del Bushidò

Di: Mario Paola

Edizioni: il cerchio