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La Via Del Guerriero


Nella dottrina delle arti marziali, la pratica del bujutsu (cioè le arti, le tecniche, le strategie, il controllo interiore e l’energia) viene raramente considerato come l’unico aspetto o come l’aspetto primario di tali arti. Anzi, quasi non vi sono testi, di carattere generale o dedicato rigorosamente all’insegnamento tecnico ( dal passato al presente) che definiscano queste arti come metodi puramente pratici, utilitari di combattimento usati nell’attacco, nel contrattacco e nella difesa per soggiogare un avversario. Quasi all’unanimità, i più famosi maestri delle arti marziali che abbiano scritto sulle rispettive specializzazioni hanno affermato che il bujutsu (e tale viene considerato ancora oggi) qualcosa di più di una varietà di metodi di combattimento pratici ed efficienti. Essi sostengono che queste arti sono <<vie>> o discipline di avanzamento morale, destinate a favorire la formazione di una personalità matura, equilibrata e integrata, di un uomo in pace con se stesso e in armonia con il suo ambiente, tanto sociale quanto naturale. I maestri, perciò, si richiamano ad un sistema di etica, di morale, che motiva ed ispira la pratica (jutsu) dall’interno, e la guida verso il raggiungimento di scopi superiori e remoti, ben al di là dei confini immediati e ristretti del mondo del combattimento tra uomini. Nella dottrina del bujutsu, questo sistema viene chiamato budo, un termine formato dalla combinazione dell’ideogramma bu (che come abbiamo visto in precedenza denota la dimensione militare nella cultura nipponica) con l’ideogramma do, relato più specificamente al regno spirituale. Do, infatti, viene di solito tradotto come <<via>> ( o “modo” di vedere, di comprendere e di motivare il comportamento in senso filosofico o religioso) o come <<dottrina>> (cioè i principi insegnati e accettati dai seguaci di una filosofia, di una apparteneza religiosa, di una scuola), Do denota quindi più una fede che una tecnica, una visione più che l’esecuzione, la motivazione piuttosto che l’azione ed i suoi strumenti particolari. Budo, perciò, si identifica con le motivazioni supreme (solitamente di natura etica) che dovevano regolare la condotta del guerriero giapponese (bu-shi), o del combattente giapponese in generale (bu-jin). Il Budo, perciò, è relato all’etica della classe militare nipponica, nonché alla disciplina che quella classe aveva adottato ed affermava di seguire, nel tentativo di adeguarsi a certi dettami morali e di integrare ogni guerriero nel sistema come individuo stabile, maturo e quindi fidato. Il problema che ci troveremmo ad affrontare in questo contesto (se volessimo veramente esplorare in profondità questa dimensione) sarebbe duplice: innanzi tutto accertare con maggiore precisione il contenuto di questo sistema morale adottato dal bushi del Giappone feudale; in secondo luogo, accertare se egli effettivamente riusciva a vivere secondo questi criteri ...quali che fossero. In breve, avremmo dovuto tentare di scoprire se il suo budo era veramente di livello etico elevatissimo e se il suo bujutsu lo aiutava veramente a soddisfare le nobili esigenze del budo. Questo problema, naturalmente, non si porrebbe se per sistema etico, nel budo, si intendesse soltanto un codice d’onore e di condotta estremamente specializzato, tipico della classe militare e basato su particolari ed esclusivi concetti di obbedienza, devozione, rispetto e predominio che non si applicavano su scala universale a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla loro posizione sociale, ma solo ai membri legittimi del buke. In questo contesto, chiaro e specifico, il bujutsu risultava avere servito molto bene la classe militare, poiché l’aiutava a tradurre in pratica quel particolare codice etico che dal sedicesimo secolo in poi venne chiamato shido o bushido. Il concetto di devozione assoluta al superiore diretto, il concetto concomitante di obbedienza indiscussa; l’obbligo, per il samurai, di essere frugale e spartano nella vita di tutti i giorni e austeramente inaccessibile al dolore e alla paura della morte; il dovere di rispettare i guerrieri degli altri clan e di trattarli secondo minuziose regole di etichetta che regolavano l’esistenza e la funzione di tutti nell’ambito dell’ordine sociale del buke, e così via: erano tutte norme applicate verticalmente e riconosciute valide e vincolanti per il solo bushi, e solamente nei confronti dei suoi superiori diretti. Le altre classi del Giappone feudale, e perciò la maggioranza della popolazione nell’era feudale, non erano tanto soggetti del Bushido quanto assoggettati con la forza ai suoi dettami. Dopotutto, si deve ricordare che, anche nell’ambito del buke, veniva attribuita scarsa importanza sociale ai sanurai di basso rango i quali, come subordinati, erano considerati strumenti di potere dai loro padroni, più che soggetti di un codice basato su una certa superiorità sociale, comunque, era l’attegiamento di assoluto servilismo verso i membri della classe militare, che gli esponenti di tutte le altre classi erano condizionati ed obbligati ad adottare. Se la morale viene intesa in senso ristretto, specializzato (cioè, come un sistema etico ispirato dal predominio politico e militare del buke), allora non vi è dubbio che il Bushido fosse un codice eccellente ed appropriato. Ma questo giudizio non vale più quanto la dottrina del bujutsu cerca di collegare l’etica del guerriero ai valori più elevati, validi su scala universale per tutti, dovunque e in ogni tempo. Riferimenti significativi contenuti nella dottrina, per quanto confusi e complessi, sembrano infatti orientati verso i valori supremi propugnati dalle dottrine supreme dell’Asia continentale, come il Confucianesimo dalle tendenze sociali, il Buddismo, metafisico e altamente umanitario, il Taoismo sereno e cosmicamente generoso, e così via. Il contenuto morale di queste dottrine (indipendentemente dalle innumerevoli interpretazioni e distorsioni che hanno subito nella storia dell’umanità) sembra prevalentemente ispirato da un rispetto sovrano per la vita umana in generale (non solo per quella di un maestro), da un sublime riconoscimento dell’identità basilare di tutti gli esseri viventi. Particolare interessante: i maestri privileggiati del Giappone feudale, nei rari casi in cui comprendevano le verità essenziali di queste dottrine, spesso abbandonavano la loro posizione e le loro armi ed adottavano la spoglia semplicità del sant’uomo, entrando spesso in un monastero o ritirandosi in un eremo. Sembra piuttosto che, in generale, la <<via>> del combattente del Giappone feudale non abbracciava questo aspetto supremamente
universale delle principali dottrine asiatiche. In realtà, non è ragionevole supporre che l’intera società nipponica fosse capace di adottare e di realizzare una visione così alta e civile, come l’uomo occidentale, collettivamente, non è mai stato capace di vivere secondo i dettami delle sue dottrine ispiratrici più elevate. In questo senso, quando la dottrina del Bujutsu cerca di richiamarsi agli alti principii delle dottrine orientali dell’illuminazione quali motivazioni ispiratrici alla basse della pratica delle Arti Marziali, si deve osservare che proclamare la propria adesione in teoria a tali valori e vivere secondo questi in oratica (come la storia dell’umanità ha ampiamente dimostrato) sono due cose completamente diverse. Per indicare con maggiore sicurezza i principali punti di conflitto che rendevano storicamente difficile, se non impossibile, per il comfucianesimo, il buddismo e il taoismo influenzare la realtà giapponese all’epoca feudale (alterandone in sostanza il carattere distintivo), è sufficiente ricordare il netto contrasto con il carattere universale di queste dottrine, così come erano intese originariamente, e la natura particolaristica e necessariamente settaria della cultura nipponica dell’epoca feudale, con il suo concetto fondamentale d’una gerarchia verticale che era stata imposta e mantenuta soprattutto con la forza delle armi. Dopotutto, in occidente è sempre stato estremamente cercare di tradurre il carattere essenziale di certe dottrine egualitarie e non violente di sviluppo spirituale (quali si trovano, ad esempio, negli insegnamenti di Cristo) in espressioni sociali e politiche concrete. Molto spesso, tali espressioni sono state interpretate in modo da rafforzare le strutture politiche che, nel linguaggio contemporaneo, si potrebbero chiamare <<establishment>> (di solito a carattere militare). Solo lentamente e faticosamente il messaggio centrale di queste dottrine è passato alla dimensione religiosa (<<tutti gli uomini sono figli di Dio>>) alla sfera sociale e politica (<<tutti gli uomini sono eguali davanti alla legge>>), infiltrandosi nella società occidentale sotto forma di concetti filosofici la cui fioritura, ai vari livelli sciali ha scatenato gran parte delle lotte implacabili e molte delle rivoluzioni della storia. In Giappone invece – forse in parte per la posizione isolata del paese, al largo delle coste continentali dell’Asia – il contrasto fra il carattere universale ed egualitario delle dottrine supreme dell’illuminazione e la concezione nipponica della società umana, delle sue strutture e del destino supremo, sembra fosse ancora più nettamente delineato che in Occidente, e apparentemente irreversibile senza certe modifiche profonde e radicali. Le dottrine del governo politico che si erano evolute in Cina, per esempio, venivano meticolosamente esaminate, rielaborate e adattate alla concezione nipponica d’una società ideale. Questo processo d’adattamento attingeva soprattutto al confucianesimo, che era sostanzialmente una dottrina di governo politico e socilae e che identificava il buon governo non la morale. I giapponesi, tuttavia, sembra avessero abbordato soltanto il primo livello della dottrina (quello burocratico), trascurando di sondare sotto la superficie e di scoprire esattamente ciò che ne aveva giustificato le varie funzioni agli occhi degli eruditi cinesi, in Cina: il <<funzionario statale-intellettuale>>, il tipo ideale di questo sistema, otteneva il posto per mezzo di esami, indipendentemente dalla sua origine sociale. Fu questo il sistema burocratico che i giapponesi assimilarono nel settimo secolo. Ma è estremamente istruttivo osservare in che modo lo modificarono secondo lo spirito del loro sistema aristocrazia ereditaria. Essi adottarono le forme del sistema burocratico cinese, ma invece di aprire le posizioni di rilievo al talento e al merito per mezzo di esami equi, come faceva in Cina, le assegnavano a gruppi ereditari. Perciò, sebbene i giapponese usassero i titoli del sistema cinese, erano in realtà detentori di titoli ereditari, non fdunzionari statali (Passim, 46).di conseguenza, essi avevano modificato sostanzialmente anche quel canone del confucianesimo che assoggettava tutti (sia pure solo in teoria) al concetto della giustizia e del bene sociale, infatti: allo stesso modo, il confucianesimo cinese che faceva dipendere l’obbedienza all’imperatore dalla sua virtù, in modo che la disposizione di un sovrano era perfettamente concepibile e non contrastante con la morale, in Giappone e in Corea venne trasformato nel supporto del sistema dell’aristocrazia ereditaria. Per i giapponesi, la posizione dell’imperatore era basata sul suo diritto di nascita, non dipendeva dalla sua virtù (Passim,46). Ancora più profondamente influenzate da questo processo di adattamento furono le più complesse, sottili e astruse dottrine metafisiche del buddismo e del taoismo, il cui messaggio etico è profondamente incorporato nei loro scritti poetici. Nelle loro forme originali, entrambe le dottrine appaiono ispirate da una fede intrinseca nella perfettibilità della natura umana. In Giappone, esse vennero spogliate dei loro canoni essenziali e semplificate al punto da diventare poco più di forme espressive di un estetismo meticolosamente ritualizzato e esteriorizzato. Una caratteristica notevole della cultura giapponese dopo il periodo Heian, infatti, sembra essere costituita da questo rilievo generale attribuito al pragmatico e all’utilitaristico, anziché allo scolastico e all’astratto. Gli eruditi giapponesi, come Okakura, si erano convinti che “gli ideali dei loro luoghi d’origine non erano più gli ideali della nostra terra insualare”, forse perchè, come diceva Okakura dei suoi compatriotti, “noi non siamo, credo, il popolo del presente e del tangibile, della luce del giorno e del visibile.
La nostra mente tende innegabilmente alla decisione e all’azione, in contrasto con la lentezza e la calma”.(Okakura, 104). E’ interessante notare che, quasi a conferma dell’opinione di un altro grande erudito giapponese, Nakamura, il quale trovava nella cultura nipponica un “anti-intellettualismo” profondamente radicato, Okakura usò il termine “contrasto”, anziché quello semanticamente più blando “confronto”, per esprimere non tanto due diversi modi cultura quanto la loro natura inconciliabile. I giapponesi, infatti, non riuscirono ad affrontare ed a sviluppare “tutte le implicazioni del pensiero indiano e cinese” (Suzuki, 307), e questa carenza, secondo lo stesso Suzuki, contribuisce a spiegare perche in generale in generale “il genio giapponese...non riuscì a imporsi sul piano intellettuale e razionalistico”. In quanto allo scinto, gli studiosi che hanno approfondito le ricerche su questo antico culto sembrano generalmente d’accordo nel ritenere che esso non conteneva un codice morale inteso nel senso di norme di giudizio e di valutazione interiore usate per determinare la condotta esteriore. In questo contesto, è divertente ma anche estremamente illuminante l’opinione di “uno dei capi dei moderni revivalisti dello shintoismo puro”, Motoori Norinaga (1730 – 1801), le cui affermazioni ci rivelano la differenza tra l’idea giapponese di morale ed il concetto occidentale di morale quale serie di norme universali distinte e talvolta contrapposte rispetto alle particolari norme politiche e sociali. Con l’ascesa del clan Tokugawa, la funzione delle scuole e dei templi buddisti (quando cessarono di farsi la guerra tra di loro) divenne quella di garantirsi prestigio e prosperità collaborando con i signori feudali nel mantenimento dell’ordine sociale del feudalesimo. Secondo diversi studiosi, l’influenza del buddismo è stata, per i giapponesi, più estetica che etica. Il feudalesimo giapponese convertì la dottrina della rinuncia del Buddha nello stoicismo del guerriero. Il samurai nipponico rinunciava al desiderio, non per poter entrare nel nirvana , ma per acquisire quel disprezzo della vita che avrebbe fatto di lui un guerriero perfetto (Dickinson 68). Perciò, considerando il bujutsu quale modalità funzionale e strategica del combattimento, mentre il budo era relato più esattamente al supremo ed umano “perchè”, cioè alla ragione per impegnarsi nel combattimento, ci rendiamo conto che solo in pochissimi casi certi maestri riuscivano ad armonizzare il loro jutsu con l’altissimo Do o imperativo etico fino al punto di cambiare o trasformare sostanzialmente le antiche tecniche delle arti marziali, sottraendole così dalla dimensione specializzata e ristretta dell’esperienza militare e trasformandole in discipline d’illuminazione e di perfezionamento sociale e spirituale. Questi rari casi di successo, comunque, non giustificano la convinzione che questa fosse la norma o che, dal punto di vista storico, il jutsu (o tecnica) fosse identico al Do dei fini eletti e morali. Non si deve neppure presumere che il combattente del Giappone feudale fosse il prototipo dell’uomo “buono” solo perchè praticava il bujutsu. Anzi, se era un bushi, il suo Do poteva essere (e in genere era) un sistema particolare e totalitario d’etica che non meritava la qualifica di “moralmente superiore” ppiù qualunque altro sistema totalitario e dispotico. Oppure, se era un bujin appartenente ad una qualunque altra classe, il suo Do poteva essere semplicemente un modo utilitaristico di raggiungere con la forza certi risultati pratici. In ogni caso, quando parliamo di un Do universale, cioè di un sistema d’etica influenzato dai concetti originali del buddismo, del taoismo, del confucianesimo e così via, su di una scala veramente universale ed umanitaria, la sola che meriti di essere qualificata “moralmente eccellente e superiore”, riteniamo opportuno tenere separato il Do dal bujutsu nella dottrina, così com’erano separati storicamente nell’applicazione. Altrimenti, ad ogni passo ci troveremo alle prese con il dilemma che ancora la sua motivazione suprema Do, facilmente osservabile in quasi tutte le arti marziali del passato e anche in molte discipline da esse derivate, così come vengono insegnate e praticate oggi in tutto il mondo.

Tratto da: i segreti dei samurai
Di: Oscar Ratti & Adele Westbrook
edizioni: Mediterranee

                                                                                                              

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